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IL LIBRO Pagine di storia
Magnago, l'autunno del patriarca
Le tesi di Claudio Calabresi autore del volume sull’Obmann della Svp che ricostruisce la vicenda del politico recentemente scomparso
 

 

      ALBERTO PICCIONI I l feudalesimo, del «piccolo Tirolo», che aveva bisogno di un «principe-patriarca» per poter essere governato è ancor vivo in Trentino e nell'Alto Adige, accomunati dal medesimo bisogno del «padre-leader». È una delle tesi di Claudio Calabrese , autore dell'instant book «Silvius Magnago: il patriarca» (ed. Praxis 3). Un libro con un ricco apparato di fotografie che ricostruisce la vicenda del leader altoatesino, tra luci e ombre. Magnago è una figura storica importante, all'interno del dibattito storico politico, ma su di lui non si può ancora «fare storia», come spiega Calabrese (artista, giurista e insegnante, di padre napoletano e madre viennese, cristiano di origini ebraiche, cresciuto nutrendosi di cultura mitteleuropea). Molto del materiale che lo riguarda non è stato ancora archiviato. Una figura facilmente preda del revisionismo storico. Chi era esattamente il «patriarca»? «Magnago è stato sicuramente colui che ha segnato l'azione post bellica. Alla sua morte (sopraggiunta a seguito di una caduta in casa, il 25 maggio scorso) i quotidiani locali hanno pubblicato chi venti chi trenta pagine per onorarlo. Magnago in Alto Adige è stato un "uomo di culto", padre della Autonomia, colui che trovò l'intesa con lo Stato italiano mettendo a frutto una grande capacità tattica. Intelligentemente riuscì a trovare un accordo con gli italiani, portando avanti il concetto di autonomia, e non quello di autodeterminazione, che per gli altoatesini, essendo una popolazione e non un "popolo", era il più adeguato. Padre di un'autonomia che andava bene per tutti, modello invidiato da tutta Europa. Per essere un territorio di 350.000 abitanti oggi l'Alto Adige è molto ricco, pur essendo uscito molto povero dalla guerra». Cos'è esattamente il suo libro: un trattato storico? «No, ce ne sono molti in circolazione su Magnago, soprattutto in lingua tedesca. È un "istant book", una fotografia della cronaca di quei venti giorni di reazione alla malattia e morte di Magnago. Ho registrato le voci, anche critiche, come quella della consigliera Eva Klotz, la figlia del "bombarolo" degli anni '60 (Georg Klotz, detto "Il Martellatore della val Passiria", ndr), che lo accusa di aver occultato le lettere degli attivisti politici arrestati. Da giurista posso dire che in quell'occasione fece prevalere la "ragion di Stato". Poi riporto le voci di Remo Ferretti, ex-vicepresidente della Provincia che lo definisce un "politico settario". Il libro è una possibilità, anche per chi non sa nulla, a Milano o Palermo, di farsi una idea della politica di Magnago e della situazione dal dopoguerra fino ad oggi». L ei parla anche dei rapporti di Magnago con il Trentino e li definisce una sorta di «amore non ricambiato». Perché? «Il leader altoatesino sosteneva di doversi staccare dal Trentino, per dare ad entrambi grandi competenze. L'alternativa era far decidere la Regione per tutti e due. Bolzano avrebbe perso peso politico. Forse non è mai stato ben compreso: lo slogan "los von Trient" serviva per togliere potere alla Regione, che infatti oggi ha perso quasi motivo di esistere. Un consiglio regionale per due Provincie assolutamente indipendenti fra di loro che senso ha? Anche se ho notato una grande ammirazione dei Trentini per Magnago. Piace loro, come agli altoatesini, il sistema decisionista del "patriarca" che si prende la responsabilità di decidere per tutti. È vero che Magnago delegava nelle materie in cui non si sentiva competente, ma comunque restava il "padre" della situazione, il regista». Che cosa ha ereditato il presidente Luis Durnwalder da Magnago? «Ha portato avanti molte cose iniziate dal "patriarca": molte delle norme di attuazione sono state realizzate dal delfino, dagli anni '90 in poi. È il "delfino" scelto dal patriarca. Spero che avrà la stessa lungimiranza del suo predecessore che decise di lasciare, consegnando il potere ad una persona valida. Ma è ancora un'incognita, ci sono voci giornalistiche in merito su chi potrebbe essere il successore. Penso che l'era Durnwalder non sia ancora finita, anche perché Magnago era molto anziano quando si ritirò. Il suo delfino è ancora troppo giovane e credo che nel 2013 ricandiderà». Magnago e il suo successore portano avanti il ruolo di «patriarca», a Trento c'è Lorenzo Dellai, «il principe»: è un destino delle due regioni autonome? C'è per forza bisogno di leader carismatici a discapito, forse, della partecipazione diretta e democratica? «Ci portiamo dietro comunque il modello del Tirolo: ne sono convinto. A prescindere dal sistema di democrazia attuale: siamo comunque figli di un "piccolo mondo feudale". La mentalità, sia altoatesina che trentina, è attaccata a questo schema di potere e al bisogno di avere un leader, a prescindere dai vari movimenti che si sono succeduti, come i Verdi in Alto Adige, che hanno prospettato maggiore democrazia. Prevale ancora il bisogno di un "principe" che decida. Se non c'è un punto di riferimento forte, la gente in Alto Adige e Trentino si perde, non riesce a mettersi d'accordo. Legati ad un sistema quasi curiale, dove c'era il "principe vescovo". Per quanto il "leader" debba essere eletto dal basso, poi però gli viene delegata ogni decisione importante». A proposito di sistemi curiali: un giudizio sui rapporti tra Magnago e la Chiesa Cattolica? «Un idillio: era molto legato al clero e ai vescovi. C'era un rapporto consolidato tra la presidenza della Provincia e il vescovado: più che semplice cortesia. Si trattava propriamente di rispetto e ascolto per quanto sosteneva l'autorità ecclesiale. Perché richiesto dal vissuto stesso della popolazione locale». Due parole chiave finali per inquadrare Magnago? «Un grandissimo statista e un eccellente tattico».

L'Adige pag.11

  30/06/2010

 
     

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