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Qual è il vostro futuro? Recuperare i sentieri |
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L’urbanista Micheloni, una star in Francia «Non solo sci, puntate sulla vostra storia» |
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ALTIPIANI
La sua famiglia scappò da
Lavarone, a Parigi è un’autorità,
ma torna in vacanza ogni estate
«La ricchezza è nel paesaggio»
«Riportate alla luce i vecchi
sentieri, una rete che è stata
cancellata da strade, impianti
sciistici e speculazioni immobiliari»
«Ci vuole un nuovo
progetto di
«promenade» forte
e attuale, perché il
turismo è alla ricerca
proprio di questo»
TIZIANO DALPRÀ
ALTIPIANI CIMBRI - Pierre Micheloni,
65 anni, barba raccolta
in un fazzoletto bianco, qualche
capello ribelle, è un architetto,
urbanista di fama internazionale
vive a Parigi, dove
insegna all’Università superiore
d’Archittetura ed ha il pro-prio studio poco distante dalla
torre Eiffel. Questo personaggio
internazionale trascorre
le ferie a Lavarone, nel piccolo
villaggio cimbro di Rocchetti,
dove ha ristrutturato la
vecchia casa di famiglia. È un
professionista che ha girato il
mondo, che ha portato l’arte
transalpina mescolata a quel-la italiana in ogni angolo del
globo, senza false modestie è
un po’ un Renzo Piano della situazione.
Le sue progettazioni
hanno toccato tutti i continenti,
tra le più note quella di
Buenos Aires, Amann, Rabat,
Rio de Janeiro, Londra. Importante
la sua opera a Parigi , nel
quartiere di Bercy della grande
Biblioteca.
È un urbanista nato, la sua famiglia
emigrò da Lavarone verso
la Francia nel 1925. «A causa
del fascismo», racconta. Si
laureò a pieni voti alle Belle arti
di Parigi nel 1970.
Qual’è la sua visione degli altipiani
ed in particolare di Lavarone,
quale strada si dovrebbe intraprendere
per dare un futuro ed
un progetto forte per queste comunità?
«Riportate alla luce i vecchi
sentieri, una rete infinita che
spesso è stata cancellata da
impianti stradali, sciistici, da
speculazioni immobiliari. Sul
territorio di Lavarone le stradine
si intersecano, hanno laste
come segnavia, muretti a
secco, c’è tutta un architettura
da far emergere».
È la società del consumo che passa
e rovina tutto?
«Quando scompare una cultura
si apre un museo, si scrivo- no libri e si organizzano convegni,
dove si narra con malinconia
il mondo di ieri, staccandolo
definitivamente dal mondo
di oggi e di domani. È quello
che sta succedendo alla cultura
cimbra di questi altipiani
che consideriamo già come un
fenomeno archeologico senza
possibilità di aggiornamento.
Se grattiamo un po’ ci accorgiamo
che invece questa cultura
invece continua a vivere
sotto il sole, il vento, la pioggia
e la neve. È la cultura del
paesaggio nato dal lavoro, dalla
passione dei suoi abitanti,
che per secoli hanno letto, interpretato
e scritto questo vasto
territorio con la loro logica
contadina. Lo hanno occupato
con masi, organizzato con
boschi, prati, pascoli e campi
e unificato con una fitta maglia
di stradine e sentieri di montagna.
Hanno modellato la topografia
con muri di sostegno,
sottolineato le colline e le sue
vallette punteggiando i pendii
soleggiati con gruppo di fabbricati
».
La storia dell’uomo si modifica e
con essa anche il territorio subisce
variazioni?
«La Grande Guerra è venuta a
sovrapporsi alla logica contadina
dei secoli scorsi. Ha invelastito tutti gli altipiani Cimbri
ed i dintorni con strade, forti,
trincee, camminamenti, densificando
il territorio iniziale dandone
una lettura più ampia. È
emerso un paesaggio particolare,
a volte dolce e potente,
denso di contenuti e di storia
e fatto di una molteplicità di
spazi contrapposti e sovrapposti
o inclusi gli uni negli altri..
Questo paesaggio fatto di
mille luoghi di mille sentieri è
il vero patrimonio di Lavarone
e degli Altipiani. È il suo marchio
d’identità che lo rende inconfondibile,
un unicum».
Certo Lei ha ragione ma come si
fa a recuperare questo patrimonio?
«È un patrimonio fragile che
deve essere protetto, ma nello
stesso tempo è ricco di potenzialità
e deve essere riletto con una nuova logica di uso.
Non uno sguardo nostalgico
ma bensì uno sguardo prospettico
su un mondo che può essere.
Lavarone ad esempio deve
pensare oltre il “progetto
bianco” (per altro apprezzabile),
l’estate e le stagioni intermedie
devono essere vissute,
oltre al lago, oltre al Forte, allargandosi
ai territori limitrofi
da Vezzena ai Fiorentini e da
Luserna a Folgaria. È questo
che da fascino e prospettiva.
A Lavarone il paesaggio è d’oro
e la rete dei sentieri è lo strumento
per farlo scintillare. Alla
volte basta poco per far rivivere
un sentiero, si sfalcia
l’erba, si sistema un muro, si
toccano le laste ed ecco che rinasce.
Ci vuole un progetto di
“promenade” forte ed attuale,
anche perché il turismo è alla
ricerca di questo. Non dimentichiamoci
che in montagna si
cammina quasi sempre in su
ed in giù, a Lavarone si cammina
sovente in piano perchè è
un altopiano impareggiabile
esposto al sole. Il paesaggio caleidoscopio
di Lavarone propone
una grande varietà di situazioni
a un tempo breve su
spazi ridotti».
Si dovrà allora ripartire dal territorio
per creare un progetto futuro
di queste terre?
«Non c’è dubbio, la riqualificazione
dei territori e dei sentieri
deve essere concertata, è un
ritorno alle radici cimbre, con
non ha bisogno di grandi investimenti
ma di attenzione e
progettualità. Lavarone potrebbe
essere definito il “paese
dai mille paesaggi e dalle
mille passeggiate”». |
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L'Adige pag.36 |
22/07/2010 |
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